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Le mascherine? Funzionano come il vaccino

Giovanni de Simone è ordinario di Medicina Interna alla Federico II di Napoli. Uno scienziato, ma di quelli che sfuggono dalla ribalta e che non soffrono di protagonismo. E che quando dicono la loro, è perché "il momento è grave. Il reparto Covid è di nuovo pieno e io trovo l’ipotesi molto interessante e suggestiva, ancora da verificare, ma meritevole di attenzione".

Partiamo da qui, dalla teoria su cui si fonderebbe quello che lei definisce surrogato di un vaccino.
"In sintesi: le mascherine, filtrando le goccioline di coronavirus trasportate dall'aria riducono la quantità che una persona potrebbe inalare, diminuendo anche la probabilità che l’infezione produca sintomi. Un po’ come avviene con i vaccini a virus attenuati con i quali l’infezione si prende, ma non in forma tale da produrre la malattia. A spiegarlo, in maniera  molto convincente èil lavoro di Monica Gandhi e George W. Rutherford, pubblicato l’8 settembre scorso sul New England Journal of Medicine".

Le mascherine non proteggono in assoluto dall’infezione ma limitano la quantità di virus a cui siamo esposti. Come si arriva alla protezione simile ad un vaccino?
"Sars-Cov-2 ha una miriade di manifestazioni cliniche, che vanno dall’assenza totale di sintomi alla polmonite, fino alla sindrome da distress respiratorio acuto e alla morte. Recenti dati epidemiologici elaborati dalla stessa ricercatrice, suggeriscono che il mascheramento di naso e bocca non è solo funzionale a proteggere gli altri, ma possa anche ridurre la gravità della malattia tra le persone che vengono infettate, proprio a causa della ridotta quantità di virus inalata (la “carica virale”)".

Lei ci vede un’analogia con i meccanismi d’azione dei vaccini?
"Non la vedo io, è l’ipotesi che ci riporta all’origine della storia delle vaccinazioni contro le malattie virali, cioè all’epoca degli esperimenti sul vaccino per il vaiolo, quando si intuì che la gravità della malattia è proporzionale alla quantità di virus inoculata (un postulato largamente accettato benché mai definitivamente provato). Nelle infezioni virali in cui le risposte immunitarie dell'ospite giocano un ruolo predominante nell’aggravamento del quadro clinico, alte dosi di inoculo virale possono sopraffare e disregolare le difese immunitarie innate, aumentando la gravità della malattia".

Le mascherine? Funzionano come il vaccino

di GIUSEPPE DEL BELLO28 Settembre 2020


Quindi, dice lei, meno carica virale meno rischi?
"Nel produrre sintomi gravi sì, certo. Le maschere in grado di filtrare goccioline contenenti virus (la capacità di filtraggio dipende dal tipo di maschera), riducono la quantità che una persona esposta inala. Se questa teoria fosse confermata, il mascheramento esteso a tutta la popolazione, con qualsiasi tipo di maschera, potrebbe contribuire ad aumentare la percentuale di infezioni che rimangono asintomatiche".

Quante sono le infezioni asintomatiche?
"Circa il 40%, secondo il Center for Diseases Control (CDC) americano a metà luglio, ma i tassi di infezione asintomatica riportati superano l'80% in ambienti con mascheramento facciale universale. Su una nave da crociera argentina, in cui ai passeggeri sono state fornite maschere chirurgiche e il personale ha usato maschere N95, il tasso di infezione asintomatica è stato dell'81% (rispetto al 20% nei focolai su navi da crociera senza mascheramento universale). In due recenti focolai in stabilimenti di trasformazione alimentare negli Stati Uniti, in cui a tutti i lavoratori sono state distribuite giornalmente le mascherine, la percentuale di infezioni asintomatiche tra le oltre 500 persone infettate è stata del 95%, con solo il 5% con sintomi da lievi o moderati e nessun caso grave. I tassi di mortalità nei paesi con mascheramento obbligatorio o forzato a livello di popolazione sono rimasti bassi, anche con la recrudescenza dei casi dopo la revoca del lock down".

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